numero 27 del 9 agosto 2013


KEPLER AUMENTA LE SPERANZE
Scopriremo mai una nuova Terra? Quasi certamente sì e potrebbe avvenire molto presto. Anche grazie al telescopio spaziale Kepler. Anche se Kepler non è più a pieno regime, a causa di un guasto che gli impedisce di orientarsi nello spazio, ha raccolto una quantità di dati così grande da tenere impegnati i ricercatori per anni. Analizzando questi dati, stanno venendo fuori decine di pianeti extrasolari di tipo roccioso e con dimensioni simili alla Terra. Ma le buone notizie non finiscono qui. Alcuni di questi pianeti orbiterebbero attorno allo loro stella a una distanza tale da essere né troppo caldi né troppo freddi. La temperatura sulla superficie sarebbe tale da permettere la presenza di acqua allo stato liquido. E dove c’è acqua liquida potrebbe esserci la vita. Anche se si tratta di conclusioni solo ipotetiche, di questo passo la notizia della scoperta di un pianeta simile alla Terra potrebbe arrivare in tempi molto brevi.

VI PRESENTO UNA KILONOVA
Le esplosioni non sono tutte uguali, nemmeno quelle stellari: lo dimostrano le recenti osservazioni del telescopio spaziale Hubble che ne ha identificata una nuova tipologia. Oltre a nove e supernove, vecchie conoscenze, ora possiamo parlare anche di “kilonove”. È stato battezzato così l’evento esplosivo responsabile di una particolare emissione di raggi gamma, osservata  da Hubble in una galassia a quasi 4 miliardi di anni luce di distanza dalla Terra. Si era discusso a lungo su quale potesse essere l’origine di questi lampi di raggi gamma della durata di pochi secondi, ora le osservazioni del telescopio orbitante confermano che sono dovute alla fusione di due oggetti molto compatti, due stelle di neutroni ad esempio, il cui incontro provoca una esplosione 1000 volte più luminosa di una nova ma fino a cento volte inferiore a una supernova…in altre parole una kilonova.

RITRATTO DI PIANETA EXTRASOLARE
C’è un nuovo pianeta extrasolare che fa parlare di sé. Questa volta il merito della scoperta va al telescopio Subaru, nelle Hawaii. Il pianeta non ha caratteristiche che lo rendano speciale rispetto alle centinaia di altri individuati finora: è un gigante gassoso, con massa pari a circa 4 volte quella di Giove, a 57 anni luce da noi. Il suo primato consiste nell’essere il primo pianeta di massa relativamente ridotta, in orbita intorno a una stella simile al Sole, ad essersi lasciato “fotografare”: in altre parole ne è stata ottenuta l’immagine diretta. L’esistenza della grande maggioranza dei pianeti extrasolari è nota grazie a prove indirette, ottenute osservando variazioni della luminosità o della posizione delle stelle intorno alle quali ruotano. È  molto raro riuscire osservare direttamente il pianeta e fra i pochi immortalati finora,  GJ 504b, questo il nome dell’oggetto avvistato da Subaru, è ad oggi quello con massa minore.

Annunci

numero 26 del 2 agosto 2013


LA FORMA E’TUTTO
Quaoar potrebbe riscrivere la definizione di pianeta nano e tutto per la sua forma a uovo. Andiamo con ordine: Quaoar è uno tra migliaia di piccoli oggetti di roccia e ghiaccio che orbitano lontano dal Sole, nella cosiddetta fascia di Kuiper. Tra tanti oggetti, quattro di questi hanno ottenuto il titolo di pianeta nano: Plutone, Makemake, Eris e Haumea. Tutti gli altri corpi finora scoperti, più piccoli e dalla forma irregolare, sono classificati come semplici asteroidi. Ci sono però alcune situazioni incerte, come nel caso di Quaoar. E’ grande poco più di 1.000 chilometri e sembra avere tutte le carte in regola per venire classificato pianeta nano. L’unico dubbio è la sua forma: per essere pianeta nano bisogna essere sferici. Peccato che gli ultimi dati ci hanno mostrato che Quaoar assomiglia a un uovo allungato. Ecco allora che alcuni astronomi chiedono di cambiare la definizione di pianeta nano in modo da includere in questa categoria Quaoar e altri casi simili. D’altra parte c’è chi sostiene che la forma sferica deve essere rispettata per evitare che il numero di pianeti nani possa aumentare a decine se non a centinaia.

SATURNO ED ENCELADO
Lo scorso 19 luglio la sonda Cassini, dal 2004 in orbita intorno a Saturno, ha ottenuto un’immagine del pianeta, dei suoi anelli e anche di tutti noi offrendoci una visione della Terra così come appare dalla distanza di circa un miliardo e 400 milioni di Km. Una cartolina suggestiva realizzata in un momento particolare, ma il lavoro della grande sonda (le sue dimensioni sono paragonabili a quelle di un autobus), ha dato frutti che sono maturati nel corso di anni di osservazioni, come nel caso dei geyser di una della lune di Saturno: Encelado. Nel 2005 Cassini rilevò che dal uno dei suoi poli si dipartono getti di acqua ghiacciata e particelle organiche, come pennacchi che si allungano nello spazio. La loro presenza lascia supporre che al di sotto della superficie solida ci sia una riserva liquida, ma per saperne di più è stato necessario monitorarli nel tempo, soprattutto nei momenti in cui Encelado viene a trovarsi alla minima e alla massima distanza da Saturno. Più di 200 immagini ottenute fra il 2005 e il 2012 hanno permesso agli scienziati di tirare le somme, pubblicandole ora in un nuovo studio. Si può dire che l’azione gravitazionale che Saturno esercita, apra e chiuda i “rubinetti” dei geyser che sono più intensi quando la piccola luna è lontana. Diminuiscono invece quando Encelado è più vicino a Saturno: l’azione gravitazionale comprime le spaccature dalle quali fuoriescono i getti, restringendo l’apertura delle faglie. Questo andamento rafforza l’ipotesi della presenza di una cospicua massa di acqua liquida nel sottosuolo.

numero 25 del 19 luglio 2013


AGGIUNGI UN POSTO… INTORNO A NETTUNO
Piccola e sfuggente era sempre passata inosservata anche se, come ha ironicamente dichiarato Mark Showlter del SETI Institute “Chiunque avrebbe potuto scoprirla”. È un piccolo oggetto in orbita intorno al pianeta Nettuno, una luna della cui esistenza non ci si era ancora accorti e la cui scoperta è avvenuta quasi per caso. Showlter stava studiando immagini d’archivio dei sottili anelli di Nettuno, ottenute grazie al telescopio Hubble nel 2009. Accortosi della presenza di un piccolo punto chiaro, ha esaminato anche immagini del 2004 e del 2005, tutte di pubblico dominio, trovando conferma ai suoi sospetti. S/2004 N 1, questa la sigla identificativa, è quindi la 14esima luna di Nettuno, ora in attesa di un nome più consono alla famiglia di cui fanno parte anche Tritone, Nereide, Larissa. Secondo le prime stime, sarebbe la piccola delle 14: il suo diametro non misurerebbe più di 20 Km.

LA NUBE E IL BUCO NERO
Il Very Large Telescope, in Cile, ha osservato cosa succede nelle vicinanze del buco nero gigante annidato nel centro della nostra Galassia. È stata così registrata la drammatica deformazione subita da una nube di gas trovatasi a passare da quelle parti. I dati del VLT mostrano che la nube è stata stirata come fosse un enorme elastico: la parte frontale ha superato il punto di massimo avvicinamento a una distanza appena sufficiente a non farsi inghiottire, e ora, sottoposta a una sorta di enorme effetto fionda , si muove a una velocità impressionante, più di 10 milioni di chilometri all’ora, circa l’1% della velocità della luce. La possibilità di seguire le fasi di questo evento fornisce dati senza precedenti sugli effetti della gravità estrema.

RIENTRO ANTICIPATO
La seconda passeggiata spaziale di Luca Parmitano è stata più breve del previsto. Il rientro anticipato per lui e Chris Cassidy, dopo solo un’ora e 32 minuti contro le 6 ore e mezza previste, è stato deciso in seguito alla segnalazione, da parte di Parmitano, della presenza di acqua all’interno del casco. Nessun allarme, ma le anomalie richiedono attenzione e la sicurezza passa in primo piano: le operazioni extraveicolari possono attendere, nel frattempo gli ingegneri cercano l’origine della perdita.

numero 24 del 12 luglio 2013


PRIMA ESTERNA PER UN ITALIANO
Luca Parmitano è il primo astronauta italiano ad aver fluttuato e lavorato nello spazio. Dopo essere uscito dalla Stazione Spaziale Internazionale, Parmitano ha iniziato a muoversi lungo l’esterno della Stazione agganciato a un braccio robotico. Diverse le attività svolte, dalla rimozione di alcuni strumenti difettosi alla sostituzione di una telecamera.

LA CODA DEL SISTEMA SOLARE
Non solo le comete, anche l’intero Sistema solare ha una coda formata da particelle in movimento. Qualcosa di simile era già stato osservato nel caso di altre stelle e da tempo si ipotizzava che anche il Sole avesse la sua cosiddetta “eliocoda”. Trovare le prove, tuttavia, non era impresa facile: il nostro punto di vista interno al Sistema solare è scomodo, inoltre la presenza e la distribuzione delle particelle non può essere determinata con strumenti convenzionali dato che non sono osservabilii. A raccogliere dati nonostante le difficoltà intrinseche, ci ha pensato IBEX (Interstellar Boundary Explorer) sonda orbitante della NASA. Le collisioni fra particelle che avvengono ai confini del Sistema solare, producono anche atomi neutri, ovvero particelle prive di carica, che vengono rimbalzate indietro. Niente carica elettrica significa non dover subire deviazioni ad opera di campi magnetici: in sostanza questi atomi, durante il loro viaggio, non cambiano direzione. Nemmeno quando sulla loro strada c’è una sonda NASA pronta a lasciarsi colpire. IBEX ha registrato la loro direzione di provenienza permettendo così ai ricercatori di risalire alla forma della coda del Sistema solare. Due flussi di particelle veloci e due di particelle più lente formano nell’insieme una coda che i ricercatori hanno definito a forma di…quadrifoglio!

STA PER NASCERE UNA GIGANTE
ALMA, la grande rete di radiotelescopi situata in Cile, ha fornito una ecografia stellare, arrivando dove la vista dei telescopi ottici non può spingersi. Indagando su quanto succede all’interno di una nube oscura di gas e polvere, ALMA ha individuato una stella di grossa taglia ancora in fase di formazione. L’oggetto sta crescendo accumulando su di sé il materiale del bozzolo scuro che lo avvolge e che lo nasconde agli strumenti sintonizzati sulla radiazione visibile. Il tutto avviene a circa 11’000 anni luce da noi, all’interno della cosiddetta Nube Oscura di Spitzer.  “Anche se già sospettavamo che la regione fosse una buona candidata ad essere una nube di formazione stellare massiccia, non ci aspettavamo di trovare una stella in embrione così grande all’interno” afferma Nicolas Peretto che ha guidato la ricerca. “Questo oggetto formerà una stella che sarà probabilmente 100 volte più massiccia del Sole. Solo una su diecimila, nella Via Lattea, raggiunge questa massa!

Numero 23 del 5 luglio 2013


NO PER VULCANO, SI’ PER KERBEROS E STIGE
Nessuna delle lune di Plutone verrà chiamata Vulcano, con buon pace dei fan di Star Trek. Ma andiamo con ordine: Plutone è uno dei pianeti nani del nostro sistema solare. Sino a due anni fa si conoscevano tre lune in orbita attorno a Plutone. Poi la scoperta di due altre lune che vennero chiamate in via provvisoria P4 e P5. A febbraio il lancio di un sondaggio per assegnare la denominazione definitiva. La scelta era tra 12 nomi presi dalla mitologia greco romana lasciando però aperte le porte ad altre proposte. I fan di Star Trek, forti del’appoggio dell’attore William Shatner, il capitano Kirk dell’astronave Enterprise, avevano allora votato in massa per Vulcano, il nome del pianeta natale di Spock. Ma Vulcano è già stato utilizzato per indicare un ipotetico pianeta tra il Sole e Mercurio e così è stato scartato. Stessa sorte per l’altra scelta che aveva riscosso grande favore tra i votanti: Cerbero. Il nome del cane a tre teste a guardia degli Inferi è infatti già stato utilizzato per un asteroide scoperto nel 1971. In questo caso però l’Unione Astronomica Internazionale ha trovato un compromesso: utilizzare il nome in greco Kerberos. Per quanto riguarda l’altra luna sarà denominata Stige, come veniva chiamato il fiume degli Inferi nella mitologia greca. E’ comunque probabile che nei prossimi anni si apriranno nuovi sondaggi: le ultime scoperte ci dicono che Plutone è circondato da una miriade di frammenti rocciosi. Tutte lune in attesa di avere un nome.

LAMPI RADIO: UN CASO DIFFICILE
Capita che facendo un lavoro di routine ci si imbatta in qualcosa di decisamente insolito. È successo al ricercatore Dan Thornton mentre passava in rassegna i dati raccolti dal radiotelescopio australiano Parkes. Il suo compito era individuare emissioni alle lunghezze d’onda radio provenienti da oggetti che si trovano all’interno della Via Lattea, ad esempio stelle pulsar, ma lo strumento aveva registrato anche altro: ben quattro “esplosioni” radio. Di cosa si tratta? Le cose certe sono due: non sono state prodotte all’interno della Via Lattea, bensì a distanze enormi, fra i 5.5 e i 10 miliardi di anni luce da noi e l’energia sprigionata in pochi millisecondi è pari a oltre 100 miliardi di volte quella prodotta dal Sole in appena un secondo. Forse vengono prodotti da oggetti estremi, buchi neri o magnetar (stelle estremamente compatte con campo magnetico molto intenso), ma per il momento si possono solo fare ipotesi. In attesa di poter dire di più, l’analisi del segnale associato a questi lampi radio rivela molte informazioni sul lungo percorso che la radiazione ha fatto dalla sorgente a noi: in altre parole permette agli astronomi di investigare sul gas, la polvere e probabilmente la materia oscura distribuiti lungo la strada.

POLVERE E BUCHI NERI
Le osservazioni effettuate grazie all’interferometro del Very Large Telescope, in Cile, hanno gettato nuova luce su quanto avviene nei dintorni di uno di quei buchi neri di taglia extra large annidati nel centro delle galassie. Che i buchi neri di questo tipo attirino verso di sé il materiale circostante e che obbligassero la polvere delle zone limitrofe a circondarli formando una sorta di ciambella, era cosa nota. I nuovi risultati, però, mostrano che la polvere si trova anche altrove, nelle zone polari, dove forma una sorta di vento. Al di sopra e al di sotto della regione a forma di ciambella, la polvere ha una temperatura nettamente inferiore e viene soffiata via dalla radiazione emessa nelle regioni sottostanti. Il buco nero studiato in questo caso si trova al centro della galassia NGC 3783, a circa 137 milioni di anni luce da noi, nella costellazione del Centauro.