Una prova di gesso
Dal rover Opportunity arriva un nuovo, ennesimo, indizio di acqua liquida nel passato di Marte. Questa volta il rover ha individuato una striscia lunga 50 centimetri, situata sul bordo del cratere Endeavour che risalta dal terreno circostante per forma e colore.La striscia ha rivelato la presenza di gesso, del tipo comune impiegato per realizzare i muri a secco. Come possa essersi formato il gesso su  Marte è ora motivo di studio ma in base all’ipotesi più probabile potrebbe essere il residuo lasciato da rocce di origine vulcanica immerse in acqua liquida che sarebbe poi evaporata. E dove c’è stata acqua liquida potrebbe esserci stata la vita. Ancora non sappiamo se Marte ha davvero conosciuto un periodo popolato da laghi e oceani o solo da piccole pozzanghere. Così come non sappiamo quando ciò potrebbe essere avvenuto: forse due miliardi di anni fa, o forse solo poche centinaia di milioni di anni fa. Di certo Opportunity non ne vuole sapere di andare in pensione e continua ad indagare sul bordo del cratere, attento a rimanere sul lato esposto al Sole per potersi ricaricare attraverso i suoi panneli solari. E nel 2012 arriverà il nuovo rover Curiosity, pronto per esplorare un altro cratere in cerca delle prove che possano finalmente svelarci i misteri del passato del pianeta rosso.

Due super buchi neri
Per trovare i cosiddetti buchi neri super massicci, bisogna puntare al centro delle galassie, lì dove si formano e crescono, inghiottendo grandi quantità di gas e catturando un elevato numero di stelle. È abbastanza naturale pensare che quelli più grandi siano ospitati nelle galassie più grandi, eppure i due scoperti dal gruppo di ricercatori guidati da Nicholas McConnell dell’Università di Berkley, si sono rivelati davvero sorprendenti. Questi buchi neri, ciascuno nel centro di una grande galassia ellittica, hanno masse pari a circa 2’500 volte quella del loro “collega” che si trova nella nostra Via Lattea. Non sono stati osservati direttamente, ma studiando le stelle che orbitano loro intorno, che ne hanno rivelato la presenza e la massa. Massa, che è risultata molto maggiore di quanto dovrebbe, almeno stando ai calcoli che tengono conto dei parametri caratteristici delle loro galassie ospiti. Ora si cerca di capire come mai siano cresciuti così tanto: fra le ipotesi quella di un passato scontro fra galassie con conseguente fusione in un unico gigante dei rispettivi buchi neri.

Alla giusta distanza
Si chiama Kepler-22b, orbita intorno a una stella simile al Sole a 600 anni luce da noi ed è un pianeta il cui diametro è pari a circa il doppio di quello terrestre. A renderlo estremamente interessante, oltre alle dimensioni simili a quelle del nostro pianeta, è il fatto di trovarsi alla giusta distanza dalla propria stella, nella cosiddetta fascia di abitabilità. Né troppo vicino, né troppo lontano dal proprio sole così da consentire all’acqua, se mai ce ne fosse sulla sua superficie, di restare allo stato liquido. Per il momento, però, i dati a disposizione si fermano qui: altre somiglianze con la Terra non sono altro che ipotesi. Abbiamo un’idea delle sue dimensioni, ma non si sa con sufficiente precisione quale sia la sua massa, nè se si tratti di un pianeta roccioso o se sia avvolto da un’atmosfera. Tutti requisiti fondamentali che bisognerà verificare con ulteriori osservazioni.

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